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Recensioni

“Beato l’uomo che sa ridere di se stesso, non finirà mai di divertirsi”. Con tale motto l’autore suggella quest’opera così particolare, un mosaico che si snoda attraverso una serie di racconti, dedicati alle persone che hanno attraversato la sua esistenza. Persone, non personaggi, e proprio qui risiede la loro forza: nella vividezza di questi venticinque ritratti, realizzati con poche eppur efficaci pennellate, colti nell’immediatezza del momento. Con loro e attraverso di loro emerge con sempre maggiore limpidezza l’immagine dell’io narrante, che il lettore segue fin dal primo vagito, alternando sentimenti di curiosità e meraviglia a un misto di tenerezza e simpatia, nel vedere le stravaganti soluzioni adottate per far fronte alla sua condizione di disabilità; ma poi se ne dimentica in fretta, affascinato dal racconto di quei frammenti di vita vera che percorrono sessant’anni di storia italiana. Ed è proprio in questo, nella potenza di un’ironia capace di smussare gli spigoli contro cui la vita spesso sembra volerti lanciare, che risiede la più grande verità – con le gambe storte senza dubbio – che il romanzo sa offrire.



Mensile "Messaggero Cappuccino" n.4/2015 Giugno
 L’autore, collaboratore di MC e noto ai lettori per i fumetti che negli anni hanno illustrato i salmi, i fioretti di san Francesco, Il Cantico dei cantici, ha senz’ombra di dubbio le gambe storte. Fin da piccolo e, con l’andare del tempo, sempre più storte e refrattarie a ogni tentativo di governo. E di una vita così Alessandro Casadio racconta. Da quando, bambino abilissimo nel disegno e handicappato (il politically correct diversamente abile era di là dall’essere inventato), ottiene in premio un pallone di cui viene proditoriamente defraudato da un prete molto scorretto, a quando la sua amata Lucrezia – una vita insieme con dentro tutto ciò che ci può stare in trent’anni, figli compresi – ritorna al Padre. Come si suol dire con un’espressione che vorrebbe essere delicata per mitigare la durezza della morte. E la verità della vita che, come emerge dalle pagine del racconto, attraverso i venticinque ritratti lungo i quali si snoda la storia, non è meno vera o più vera se poggia su gambe instabili e deve adattarsi a bastoni, tripodi o carrozzine: semplicemente è. Si snoda lungo quasi sessant’anni che sono i nostri anni: di chi è nato negli anni del boom economico e la fame l’ha solo sentita raccontare, di chi ha vissuto ai tempi delle contestazioni studentesche e morettianamente, almeno una volta nella vita, ha aspettato il sorgere del sole nel posto sbagliato, e anche di chi, cresciuto nel fermento post conciliare, ha creduto e crede di essere capitato in una storia d’amore e d’amicizia non per caso, ma perché un Dio non di cartapesta, ma di carne e sangue, ci ha messo lo zampino in quel suo modo che per noi resta alquanto confuso. Di chi, soprattutto, come l’autore magistralmente sa fare, riesce a cogliere il diritto della vita dal suo rovescio, come dice la didascalia che accompagna un suo fumetto: Beato l’uomo che sa ridere di se stesso, non finirà mai di divertirsi.